La Giudecca - Giudecca quartiere medievale

Antonio Randazzo da Siracusa con amore
Ortigia
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La Giudecca

Il quartiere della Giudecca di Ortigia, un quadrilatero compreso tra le vie Alagona, Larga, della Giudecca e della Maestranza e percorso in tutta la sua lunghezza dall’omonima via principale, conserva in maniera evidente l’antico assetto greco per strigas, mantenutosi per tutto il medioevo e l’età moderna. Il sistema urbano è stato individuato nel corso delle indagini condotte dalla Soprintendenza dall’inizio del XX secolo; a tal riguardo si ricordano gli importanti lavori condotti da Paolo Orsi1, da Paola Pelagatti2 negli anni ’60 e le ricerche di Giuseppe e Santi Luigi Agnello3.
Del tracciato greco orientato prevalentemente est-ovest, sono rimasti alcuni tratti; a distanza quasi regolare tre grandi plateiai corrispondevano alle attuali vie Mirabella, via Maestranza-via Malfitania, via Larga a sud della Giudecca.
Già nel 1910 Paolo Orsi identificò nell’asse via Malfitania-via Maestranza, confine nord della Giudecca, uno dei “decumani” di Ortigia.
confini orientativi quartiere Giudecca




vedi anche documentazione pdf archivio storico siracusano


Federico Fazio Le_Vestigia_ebraiche_nel_vicolo_dellOlivo


2 - LA GIUDECCA
Sulla presenza a Siracusa degli ebrei e dei mussulmani, e dei loro rispettivi «pseudo-convertiti» marranos e moriscos, fino ad oggi ben poco o quasi nulla è stato detto; ciò forse nell'errata valutazione dell'influenza esercitata da tali popoli nella nostra arte e nella nostra cultura.
Certo dal punto di vista architettonico e urbanistico oggi è impossibile rintracciare nel tessuto della piccola Ortygia la componente ebraica o quella arabo-mussulmana. Le stesse grandi trasformazioni che gli arabi attuarono per fare del tempio di Apollo una moschea aperta alla fede islamica, oggi, per via della ultima giusta ripulitura architettonica che ha restituito l'eccezionale struttura arcaica del più antico tempio dorico di Sicilia, non ci è possibile valutare nè nella entità nè nei criteri organizzativi. Eppure, nonostante la mancanza di grandi segni strutturali, da un'attenta analisi dell'organizzazione planimetrica del centro storico siracusano possono essere individuate le componenti orientaleggianti che, se non hanno guidato lo sviluppo del tessuto urbanistico, vi hanno certamente trasmesso principi organizzativi sugli spazi di relazione di comunicazione ancora oggi funzionanti malgrado il volto ambientale del quartiere, per l'abbandono fisico e l'emarginazione sociale, tenda attualmente più a quello del ghetto che a quello della città residenziale.
Non maggiore fortuna storica ha avuto la componente giudaica presente nella nostra cultura e nelle vicende isolane fin dal sec. VIII.
Gli invasori arabi, qui come in Spagna, consentirono agli ebrei di vivere in piena libertà di idee e di attività.
La fortuna degli ebrei e la loro tranquillità durarono fino a quando non scesero in Sicilia i normanni i quali per scopi prettamente politici miravano all'affermazione del cristianesimo.
Da qui i primi contrasti che successivamente, con Federico II di Svevia, scoppiarono in tumulti.
Gli aragonesi li sottoposero a dure leggi; limitarono la loro libertà di culto; imposero loro il pagamento di tasse e contributi straordinari oltre all'imposta ordinaria della gesìa (l'antico contributo versato agli arabi che colpiva solo i giudei per essere tollerati).
Federico II d'Aragona nel 1312 li separò dai cristiani destinandoli a vivere fuori Ortygia nella loro sede originaria di Acradina, nei pressi della Basilica di San Giovanni.
Il sec. XVI segnerà il periodo più triste per la storia dei giudei di Sicilia: verranno ovunque offesi e scherniti, saranno emarginati da tutte le comunità e costretti a vivere in appositi ghetti, verranno obbligati a portare un contrassegno sui loro abiti e nelle insegne delle loro botteghe, verranno inoltre costretti a prestare i lavori più umili e faticosi.
Nonostante fossero così maltrattati continuarono a dedicarsi con zelo al commercio e all'artigianato. In Ortygia, tra la Marina e i Bottari, avevano il quartiere della tintoria con le proprie «putie» per la lavorazione e la tintura di lana, stoffa e cotone.
Il re Alfonso d'Aragona, ammirato per l'industriosità degli ebrei e soddisfatto per il notevole contributo che davano alla vita commerciale e artigianale, in accordo col rabbino Mosè Bonavoglia, intorno al 1450, diminuirà le imposte ed eliminerà alcuni degli obblighi particolari come quello del contributo per le guardie dei castelli, per il restauro e la costruzione di fortificazioni.
Verranno inoltre liberati dall'obbligo di vivere nel loro ghetto di Acradina e sarà favorito il loro insediamento in Ortygia ove abiteranno il grande rione della Giudecca fino a tempi recenti.
2/A - IL QUARTIERE
Nella schematizzazione di questo studio il termine Giudecca viene adottato per il quartiere compreso tra le vie Nizza, Galilei, della Giudecca e della Maestranza e cioè a quel rettangoloide con strade formanti il più interessante ed antico grigliato urbanistico di Ortygia.
Qui gli ebrei, sull'antica planimetria greco-romana, riutilizzando le vecchie strutture medievali, inserirono la sinagoga, l'ospedale, i bagni per la purificazione delle donne, la beccheria, le movimentate botteghe che in ogni tempo hanno conferito al quartiere vitalità e colore.
Oggi ben poco o quasi nulla rimane di questi servizi, non certo per il mutare della funzione del quartiere, quanto invece per il terremoto del 1693 che demolendo ogni cosa costrinse gli ebrei, che ormai grazie al processo storico dell'adattamento sociale erano in tutto uguali ai siracusani, a dare agli spazi una nuova configurazione architettonica e spesso una diversa destinazione. Ripristinate furono però le antiche botteghe e con esse l'industrioso commercio.
2/B - LA DESTINAZIONE SOCIALE
Sebbene si sappia che la presenza dei giudei in Sicilia risalga al tempo della dominazione romana, notizie certe (documentate) si hanno solo con gli atti del primo vescovo di Siracusa Marciano (sec. I) e con le lettere di San Gregorio Magno (sec. VI). Meglio documentata è la loro presenza nel periodo della dominazione araba, momento in cui viene consentita la formazione di comunità ebraiche autonome che come prezzo della propria libertà pagavano la gesìa.
Con la dominazione normanna anche gli arabi rimasti, per essere tollerati nei loro culti religiosi, furono costretti a pagare la gesìa.
Ruggero dispose che in forza di tale contributo giudei ed arabi potevano celebrare riti e sacrifici secondo gli usi delle proprie religioni nelle rispettive sinagoghe e moschee. I governatori aragonesi sottoposero tali riti alla sorveglianza del vescovo e imposero agli ebrei il contrassegno della rotella rossa.
La comunità ebraica di Siracusa, certamente la più antica e la più numerosa di Sicilia, si lamentò spesso presso i regnanti aragonesi per i soprusi e le angherie dei siracusani spinti da prediche antisemitiche ad emarginare sempre più la componente ebraica che nonostante tutto rimaneva in città la più attiva ed industriosa.
Furono gli accordi tra re Alfonso e il rabbino Bonavoglia che migliorarono i rapporti tra i siracusani e gli ebrei tanto che quest'ultimi, come già si è detto, furono accolti dentro le mura dopo secoli di emarginazione sulla costa di Acradina continuamente invasa e depradata da pirati e masnadieri. I successivi regnanti continuarono a permettere che gli ebrei vivessero in Ortygia ma in cambio li constrinsero a pagare il contributo per le fortificazioni e il salario per la guardia del castello.
Intorno al 1467 ancora una volta i rapporti tra i siracusani e gli ebrei si inasprirono: succedevano ovunque disordini e non mancavano gli omicidi da ambo le parti. Per porre rimedio a scandali e turbolenze il re Ferdinando il 31 maggio 1492 emanò l'editto della totale espulsione degli ebrei dai suoi stati. Sarebbe stato veramente un grave disastro per l'economia e il commercio di Siracusa se il vescovo domenicano Dalmazio Da Sandionisio non si fosse adoperato a convertire al cristianesimo numerosi giudei che così ottennero dal Governatore della Camera Reginale Giovanni Cardenas il permesso di rimanere in Sicilia. Da allora i giudei convertiti (i marranos) ottennero gli stessi diritti dei cittadini siracusani. Il Capodieci nelle sue «Tavole Siracusane» a riprova della presenza a Siracusa di giudei convertiti al cristianesimo dopo l'editto di espulsione, raccoglie nomi e cognomi di giudei in buona parte ancora ritenuti da molte famiglie siracusane. Ciò conferma l'avvenuta fusione della componente ebraica nella cittadinanza siracusana.
Nel periodo di maggiore fortuna la destinazione sociale che ebbe la Giudecca fu quella commerciale. Tutto il comparto compreso tra la Via della Maestranza e la Via Larga intorno al 1450 diviene luogo frequentatissimo dagli stessi siracusani che vi si recavano per comprare stoffe colorate e pelli di conceria.
La beccheria e i trappeti dell'olio creavano un gran movimento di affari che fece di alcuni ebrei uomini ricchissimi e rispettati.
Per gli ebrei il quartiere ebbe anche un'altra funzione oltre a quella commerciale. Si tratta della funzione religiosa, quella che i nostri storici non ci hanno tramandato. Che il quartiere avesse questa seconda destinazione si capisce dai servizi sociali che ospitava: la sinagoga, la casa degli elemosinieri, l'ospedale dei poveri malati. La sinagoga pare sorgesse nel perimetro dell'attuale chiesa di San Filippo sotto la quale, fra l'altro, alcuni ristagni d'acqua sorgiva fanno supporre l'antica ubicazione dei bagni per la purificazione delle puerpere ebree. Un altro luogo sacro per i giudei siracusani doveva essere nel Vicolo Oliva ove Cesare Gaetani scoprì la seguente iscrizione greca la cui traduzione latina è riportata dal Privitera: «Ut locus venerabilis esset Zacharias... clausit marmoribus, benevole agens».
Oggi la destinazione sociale della Giudecca è ben diversa sia da quella voluta dagli ebrei al momento dell'insediamento che da quella attuata dai siracusani dopo il terremoto del 1693. Il quartiere, ad esclusione della Via della Giudecca che nonostante le sfide del consumismo continua ancora a proporre un commercio di tipo tradizionale ed alcune attività artiginali del tutto scomparse negli altri rioni di Ortygia, è quasi completamente privo della vitalità e del colore di un tempo.
Nelle sue parti più intime, nei vicoli e nei cortili, è evidente l'abbandono fisico e sociale dell'architettura che tende sempre più a configurarsi, per quei pochi che vi restano, come struttura di un ghetto inagibile, privo di servizi e di prolungamenti sociali, privo di tutto ciò che serve all'umanità nuova per un civile modo di vivere ed abitare lo spazio.
2/C - DALLA PIANIFICAZIONE GRECA ALLA RIORGANIZZAZIONE QUATTROCENTESCA
Il settore del centro storico compreso tra le vie Alagona, Larga, della Giudecca e della Maestranza, così come quello tra i Bottari e la Marina, rappresenta la parte più intatta, dal punto di vista planimetrico, della pianificazione ad insulae rettangolari di sicura derivazione greca. Il rapporto medio tra i lati delle insulae del settore è di 11/3 (il lato lungo è i 4/3 di quello delle insulae dei Bottari).
Il settore tra le vie del Teatro, della Giudecca, della Maestranza e Roma, se si considerano gli ideali prolungamenti della Via Larga in Via del Teatro, di Via Minniti in Via Logoteta, del Vicolo 2° alla Giudecca in Via del Labirinto, appare come una naturale continuazione urbanistica della parte più intatta (primo settore). Che i due settori abbiano questa interelazione degli spazi di comunicazione e questa simmetria planimetrica si intuisce anche dal fatto che sorgono su un quadrilatero (leggermente allungato nel senso est-ovest) praticamente pianeggiante e quindi rispondente alle esigenze dei pianificatori greci nella distribuzione dei volumi architettonici e nella organizzazione degli elementi di collegamento urbano.
Il fatto che oggi la continuità spaziale e volumetrica sia poco leggibile è spiegabile attraverso l'analisi delle vicende storiche; c'è da dire infatti che questo quartiere dal sec. XV in poi divenne un agglomerato di conventi, di monasteri e di chiese che dovendo sorgere su solide fondazioni portarono all'abbattimento totale della architettura preesistente, fatto che causò la perdita dei perimetri degli antichi isolati. Chiaro è l'esempio della Chiesa e del Convento di Santa Maria che, anticipando i tempi delle grandi trasformazioni, dalla prima metà del sec. XIV tamponano tutto il tratto della Via Roma compreso tra la Maestranza e il Crocifisso. All'azione dei romani deve forse attribuirsi l'allargamento dell'asse traversale al tessuto viario del quartiere: la Via della Giudecca. Opera sicuramente dovuta al genio arabo deve invece considerarsi il settore allungato compreso tra la Via Nizza e la Via Alagona: esso svolge la straordinaria funzione di proteggere dal vento di levante le abitazioni dei vicoli della Giudecca.
Ma se con molte probabilità fino alla dominazione araba il quartiere ebbe solo ed esclusivamente una funzione residenziale e quindi fu necessario studiare ed applicare espedienti di difesa dalle invasioni barbariche e dall'attacco degli elementi naturali, con i normanni e i successori svevi, angioini ed aragonesi la Giudecca perse la sua primaria funzione per assumere quella già ricordata di centro religioso. Non a caso gli aragonesi vi destinarono gli ebrei: costretti a vivere in umili abitazioni incastrate tra gli enormi volumi architettonici dei conventi dei domenicani, degli agostiniani, delle carmelitane e delle benedettine sarebbe stato difficile per loro fare proseliti della religione ebraica tra i siracusani; all'opposto era quanto mai facile agli inquisitori domenicani sorvegliarli nei loro riti sacri.
I grandi interventi dell'architettura religiosa iniziarono con i normanni che intorno al 1180 promossero la costruzione della Chiesa di San Giovanni Battista le cui forme architettoniche attuali sono però quattrocentesche. Fu con i beni donati da Pandolfina Capici che con le nuove forme gotiche, intorno al 1380, fu ricostruita la Chiesa. Sempre nel sec. XIV sorse il monastero di Santa Maria: Pietro Montecateno, canonico della Cappella del Palazzo Reale di Palermo, poi vescovo di Siracusa, nel 1320 trasferì dentro le mura di Ortygia le claustrali di Santa Maria delle Monache facendo fabbricare a spese sue e di generosi cittadini il chiostro, il convento e la chiesa.
Nel 1393 la Signora Giacoma Bonaventura fonderà invece il Monastero di Santa Margherita che nel 1402 Mons. Erbes unirà a quello di Santa Maria.
Anche i domenicani avevano stabilito la loro sede a Siracusa. Venuti al seguito del Beato Reginaldo, compagno di San Domenico, si stabilirono dapprima fuori le mura, quindi per concessione di Costanza d'Aragona il 24 febbraio 1222 ebbero una sede in Ortygia. Il loro ordine fu regolarizzato nel 1224 dallo stesso Federico II che con elargizioni e protezione consentì ai domenicani di costruirsi quel convento che per magnificenza e ricchezza si meritò il titolo di «Conventus regius».
Anche i cristiani di Grecia, scampati alla strage dei mussulmani guidati da Maometto II, venendo a Siracusa nel 1453 furono ospitati in Ortygia ed ottennero dal Senato la concessione della Chiesa di San Fantino (situata nel perimetro ove è ora la Chiesa di San Giuseppe) nella quale celebrarono secondo il rito greco.
Non minore parte della Giudecca toccò agli agostiniani i quali grazie alla protezione dei regnanti aragonesi, alla stessa maniera dei domenicani, nei sec. XIV e XV fecero opere di ingrandimento e abbellimento nel loro convento.
L'inserimento di architettura religiosa alla Giudecca non avrà sosta che nel Settecento, periodo in cui si incomincia a delineare una certa crisi vocazionale e i conventi un tempo popolatissimi incominceranno a svuotarsi. L'impulso religioso però, prima di conoscere la sosta, aggiungerà alla Giudecca altri tre monasteri: quelli dell'Annunziata, di San Francesco di Paola e di Aracoeli. Per fare della Giudecca un centro religioso verranno chiuse le antiche beccherie che, unitamente ai macelli, saranno trasferite vicino al mare, lontano dai luoghi di culto.
Ciò che oggi rimane dell'architettura religiosa trecentesca e quattrocentesca è poca cosa: le arcate elegantissime del chiostro dei domenicani, frammenti del chiostro degli agostiniani, qualche finestra, diversi muri di fondazione inglobati in strutture settecentesche e ottocentesche. Il terremoto del 1693 non risparmiò nulla ma noi quel poco che rimase lo abbiamo irrimediabilmente deturpato.
2/D - LETTURA DEL TESSUTO URBANISTICO PRIMA E DOPO IL TERREMOTO DEL 1693
La gara di costruzioni ecclesiastiche iniziata con i regnanti normanni continuò fino al primo quarto della seconda metà del sec. XVIII.
Nel 1556 fu ingrandito il monastero di Santa Maria che da allora si configurerà come il più ricco e sfarzoso complesso monastico della città.
Sei anni dopo, nel 1562, la Signora Benigna Bonanno, vedova del Barone di Canicattini, fece erigere il Monastero di Aracoeli nella Chiesa di Santa Margherita. Tra il 1652 e il 1658 Michelangelo Bonamici, caput magister, avrà affidato l'incarico di progettare e realizzare le attuali forme barocche della Chiesa di Santa Maria.
Tali opere affiancate a quelle realizzate nei secoli precedenti faranno del settore in studio un esempio di eccezionale continuità urbanistica. Il terremoto del 1693 non risparmiò nulla, demolì ogni cosa e costrinse i siracusani ad operare una quasi totale ricostruzione.
Così nel Febbraio del 1693 vengono descritti i danni subiti dalla città: «Zaragoza. Allí se experimento la total destruicion de aquella ciudad, sin reservar ningún edificio, ay aviso murió cerca de la mitad de la gente, se undieron algunos valuartes, se cayo gran parte de las Murallas de la Ciudad y delcastillo la Cathedral, y Torre antigua tan zelebrada y fabricada, sobre quatro colunas, y se aruinaron siete Monasterios de religiosas, perecieron diez de ellas, y las demás pasaron a avitar dentro del Jardín del obispo, expuestas a las inclemencias de vientos, aguas nieves descomodidades y nezesidad, y la gente que pudo librarse passo a avitar en las Plazuelas y campaña» (Dispaccio ufficiale conservato nell'Archivio di Simancas, già pubblicato da Angela Guidoni Marino nel n. 2 della «Storia della Città», 1977).
Alla Giudecca ben poco rimase in piedi: la Chiesa di San Giovannello, la Chiesa di Santa Maria, alcune strutture quattrocentesche (scale o chiostri) all'interno delle seguenti costruzioni civili e religiose: Palazzo Zappata-Gargallo, Palazzo Rizza, Con¬venti di San Domenico, Sant'Agostino, Santa Maria e San Francesco d'Assisi, alcuni palazzi di Andrea e Giovanni Vermexio.
Per i gravi danni subiti dalla Chiesa di Sant'Antonio Abate al molo, i monaci di San Francesco di Paola saranno costretti a costruirsi una sede dentro le mura; edificheranno la loro chiesa e il loro convento in Via della Giudecca, intorno al 1705. La semplicità delle forme barocche di questo complesso sarà additata in ogni tempo come simbolo di umiltà in contrapposizione alla sfarzosità di Santa Maria.
Anche le Carmelitane faranno nuova la loro sede in fondo al Ronco Capobianco, al centro della Maestranza (ora la chiesa è infelicemente soffocata da un groviglio architettonico irrazionale).
Nel 1728 Mons. Tommaso Marini intraprenderà la fabbrica della nuova Chiesa di San Domenico prevista più ampia della prima ma rimasta incompiuta.
Nel 1742 la Confraternità di San Filippo Apostolo costruirà la sua chiesa al centro della Giudecca. Anche la Confraternita della Madonna dell'Itria farà costruire la sua sede barocca in questo periodo (in Via Logoteta).
Il Marchese Torresena Giuseppe Diamanti nel 1754 sul perimetro della Chiesa di San Fantino farà erigere il tempietto a pianta ottagonale dedicato a San Giuseppe. La forma è chiaramente desunta dall'architettura vermexiana a pianta centrale; l'apparato decorativo ricorda alcuni lavori documentati di Luigi Alessandro Dumontier. Il vano ottagonale, ricco di decorazioni e stucchi rococò, ad ovest presenta un corpo allungato per il presbiterio.
Anche l'architettura civile sarà dignitosamente ricostruita. Dopo il terremoto contemporaneamente al risorgere della continuità architettonica della Maestranza saranno riprogettate con nuovo modulo e nuovo stile le residenze gentilizie di Via Roma (interessanti il Palazzo Fontana e i palazzi della Turba), di Via Larga (Palazzo Meli del 1702 con grazioso atrio e fantasiose decorazioni rococò), di Via Labirinto (il Palazzo al n. 25 del 1698), della Via della Giudecca (Palazzo Statella-Midiri ora in parte demolito), ecc.
Qualche tempo dopo si provvederà a lastricare le strade (i lavori della Maestranza sono del 1795) e a costruire edifici di pubblico interesse (il Teatro Comunale fu costruito sul perimetro del Monastero dell'Annunziata solo nel 1875-79).
La sorte dell'architettura religiosa della Giudecca e dei settori limitrofi (Ortygia contava nel 1773: 11 conventi, 9 monasteri, 7 parrocchie, 15 chiese filiali e 6 confraternite) è legata a quella degli ordini religiosi che ne avevano voluto la costruzione nel periodo della loro maggiore floridezza.
Con l'abolizione delle comunità religiose i conventi e i monasteri vennero infatti destinati ad usi diversi, spesso con attività inconcialibili con la struttura architettonica preesistente.
Fu così che il Convento Regio di San Domenico (la disposizione del Senato Siracusa in base alla quale il convento poteva fregiarsi ed usare anche per gli atti notarili il titolo di «regio» è del 1636) divenne dapprima ospedale, poi alloggiamento militare... ora caserma dei carabinieri e scuola media statale. Destinazioni, tutte, chiaramente inadattabili ad un complesso conventuale di impianto quattrocentesco. Alla stessa maniera Sant' Agostino ospitò gli uffici dell'Intendenza di Finanza (poi trasferiti al Collegio dei Gesuiti), San Filippo Neri ospitò il Liceo-Ginnasio «Gargallo», il Carmine ospitò i Carabinieri Reali e poi quelli della Repubblica (oggi è inutilizzato), San Francesco d'Assisi ospitò i tribunali e la Corte d'Assise, San Francesco di Paola ospitò le Scuole Tecniche che ne hanno irrimediabilmente deturpato la semplice ed elegante struttura barocca.
Il Monastero delle Benedettine di Santa Maria dovette ospitare la Prefettura che avendo bisogno di maggiore spazio si insediò in seguito anche nei locali della Concezione. La Chiesa di Santa Maria con la sua cornice sfarzosa servì per le adunanze del primo Consiglio Provinciale ma fortunatamente in seguito fu riconcessa al culto.
Il Monastero delle Clarisse di Aracoeli fu tramutato in asilo infantile, ma poi essendosi stabilito a Siracusa il Distretto Militare dovette ospitare gli uffici del reggimento insediato a S. Domenico.
Montevergini divenne Ospedale Civico, ora, dopo essere stato irrimediabilmente deturpato dagli uomini e rovinato dalla guerra, è divenuto ricettacolo di immondizie e di pietre crollate.
(Sulla cattiva sorte di questo immenso patrimonio d'arte e di cultura ci sarebbe oggi molto da riflettere e da meditare. Se è in parte giustificabile il fatto che con l'unità d'Italia, essendo necessari spazi per i pubblici uffici, furono utilizzati senza criterio alcuno dei complessi architettonici, carichi di storia, sol perchè racchiudevano uno spazio coperto, oggi non si può in alcun modo avallare nè il continuare a sfruttare in barbara maniera lo spazio architettonico che nacque per usi ben diversi dagli attuali, nè l'abbandono fisico e sociale di ciò che, superando le vicende della storia è arrivato fino a noi per essere ristrutturato e razionalmente utilizzato e non per essere recintato e usato come scarico di rifiuti o dormitorio di gatti.)
2/E - TIPOLOGIE DEGLI ALLOGGI - SPAZI DI RELAZIONE - ELEMENTI DI COLLEGAMENTO URBANO
Le tipologie più significative degli alloggi compresi nel settore sud-est di Ortygia, la Giudecca appunto, sono classificabili secondo due diagrammi: il primo riguarda la tipologia del vicolo, il secondo la tipologia della via.
Il primo tipo si riscontra nei vicoli della Giudecca e nelle vie Labirinto, Logoteta, Alagona e del Crocifisso. Consiste in un vano polifunzionale al piano terra e in un vano al piano superiore adoperato indiscriminatamente come zona diurna o notturna. Anche se rispetto al livello stradale il piano terra è rialzato la parte bassa di tali alloggi è umida e ciò a causa della limitatezza dello spazio della strada che non consente la penetrazione della illuminazione naturale (sovente infatti gli alloggi sono bui e privi di soleggiamento).
Gli alloggi dei vicoli alla Giudecca a differenza degli altri sono a doppia schiera e si sviluppano nel senso altimetrico. Nel senso planimetrico si sviluppano invece gli alloggi delle vie Logoteta e del Crocifisso; questi alloggi hanno quasi sempre uno sbocco interno verso un pozzo di luce privato il quale serve per l'illuminazione e l'aerazione. Nelle abitazioni delle vie Logoteta e del Crocifisso l'alloggio è distribuito a catena creando degli inservibili corridoi interni.
Nei pochi cortili del rione si vede il motivo della scala esterna già riscontrato alla Graziella (anche qui ha la stessa funzione di conquista spaziale).
Il secondo tipo si riscontra nelle vie Larga, della Giudecca, della Maestranza e Roma. Consiste in un alloggio sviluppato su un unico livello, corrispondente, fra l'altro, al tentativo di una più razionale distribuzione dell'abitazione. I sottotipi sono diversi: si va così dall'appartamentino di Via della Giudecca, all'appartamento medio di Via Roma e quindi a quello rappresentativo dei piani nobili della Maestranza.
È superfluo dire che la distribuzione degli ambienti è più funzionale rispetto a quella del primo tipo.
Gli stessi requisiti di illuminazione, di ventilazione, di esposizione eliotermica, di igiene, ecc., sono superiori e ciò grazie alla migliore qualità delle strutture architettoniche, alla maggiore larghezza delle strade e alle dimensioni più abbondanti dello spazio abitativo.
Per quanto concerne gli spazi di relazione c'è da dire che mancano del tutto negli strettissimi vicoli della Giudecca per coagularsi invece attorno all'asse della Via della Giudecca e in tutta la Maestranza. Tale accentramento di spazi di relazione è dovuto alla funzione tipicamente commerciale che in ogni tempo ha caratterizzato le due arterie.
In Via della Giudecca i requisiti delle residenze sono fusi in maniera straordinariamente omogenea con quelli delle attività commerciali e artigianali. È una organicità socio-ambientale nata nel Quattrocento e ancora oggi viva e riccamente espressiva.
La bottega al piano terra è un tutt'uno con l'alloggio del piano superiore. Tale continuità comincia però a dare segni di squilibrio alla Maestranza ove le necessità del consumismo (il cinematografo, il garage, il posteggio per i mezzi motorizzati,...) non riescono a fondersi con le necessità e i requisiti della residenza (la tranquillità, il silenzio, lo spazio libero per la passeggiata o i giochi).
Gli elementi di collegamento sono i vicoli e le vie, mancano quasi del tutto i ronchi e i cortili. Ciò conferisce al quartiere una schematizzazione urbanistica razionale, ma priva di spazi a corte e quindi mancante di tutti quei valori ambientali scoperti ed analizzati alla Graziella. Il vicolo è un semplice corridoio, strettissimo, buio, umido: nessuno vi si ferma a parlare perchè il volume dell'architettura è pesante e opprimente e dà quasi l'impressionee di rifiutare i contatti sociali. La gente invece si incontra volentieri alla Maestranza o in Via della Giudecca ove la luce è abbondante e lo spazio sufficiente. La stessa Via del Labirinto, che per tortuosità planimetrica è simile a certi vicoli della Graziella o della Spirduta, non invita alla sosta, ma per la freddezza strutturale e ambientale (dovuta in parte indubbiamente al decadimento fisico e sociale della sua architettura) che la caratterizza spinge a farsi attraversare con fretta e superficialità.
2/F - ANALISI DEL TESSUTO URBANISTICO COMPRESO TRA LE VIE DELLA GIUDECCA, DELLA MAESTRANZA, ROMA E DEL TEATRO
Il comparto in studio, a causa delle grandi trasformazioni trecentesche e quattrocentesche del tessuto urbanistico di Ortygia, che videro l'inserimento di alcuni dei più imponenti monasteri dell'allora vasta diocesi siracusana (I limiti della diocesi di Siracusa fino al 12 settembre 1816, data in cui venne creata la diocesi di Caltagirone, erano segnati dal fiume Salso ad ovest e dal fiume Simeto a nord), ha oggi una planimetria completamente diversa da quella che i greci dovettero realizzare e i romani confermare.
Il tracciato greco ad insulae rettangolari è però in parte leggibile nel lato est di questo comparto ove si nota che alcuni percorsi si proiettano al di là della Via della Giudecca, nei loro prolungamenti originari: i vicoli dirimpettai.
Il lato di Via Roma (ex Via Santa Maria) e il lato della Maestranza sono quelli che conservano il minor numero di tracce dell'antica planimetria. Ciò a causa del rinnovamento architettonico del Trecento che vide l'abbattimento di un intero rione per la costruzione del Monastero più sfarzoso di Siracusa, quello di Santa Maria delle Monache («Nel 1320 per la insalubrità dell'aria e quel ch'è più per trovarsi il Monastero quasi distrutto dai terremoti, e preservarlo dalle scorrerie dei pirati, il Vescovo Pietro Montecateno lo trasportò in città: e per edificarvi il nuovo Monastero insieme alla Chiesa vi concorsero e si cooperarono tutti i fedeli con larghe elemosine». Can Nunzio Agnello: «Il monachesimo in Siracusa», 1891).
In tutto il tratto Via Giudecca - Via Roma la Maestranza presenta solo l'imboccatura di Via Labirinto, al dammuso della Prefettura. Alla stessa maniera la Via Roma in tutto il tratto Via della Maestranza - Via del Teatro presenta solo le aperture di Via Logoteta e di Via del Crocifisso. Le grandi costruzioni ecclesiastiche e gli enormi edifici nobiliari hanno tamponato lo sviluppo tendenzialmente disordinato del quartiere retrostante che rimane così nascosto e planimetricamente insospettabile.
Lo stesso modulo architettonico della Via Roma, e ancora di più quello della Maestranza, è diverso da quello delle altre strade del comparto. Mentre nelle due strade il modulo costruttivo è quasi monumentale, di spirito rappresentativo e con effetti scenografici, nel quartiere retrostante è a scala minore, ridotto all'utile essenziale. All'interno del comparto e precisamente nel perimetro del Monastero di Santa Maria ci sono state recentemente delle «ripuliture» architettoniche che hanno avuto per obiettivo la cancellazione della storia del monumento.
È un po' la sorte di tutte le costruzioni nel nostro centro storico: dopo lo sfruttamento scriteriato c'è il disuso, poi vengono i danni della guerra, quindi l'incuria e l'abbandono, immediatamente dopo i crolli naturali e non, quindi la «ripulitura» e poi i progetti in «ferro-cemento».
È così che il Monastero di Santa Maria e le costruzioni vicine, dopo avere accolto le attività del primo Consiglio Provinciale, della Prefettura, del Provveditorato agli Studi..., hanno finito la propria esistenza sotto i colpi del piccone e sotto l'azione delle ruspe. La stessa sorte è toccata alla vicina Corte degli Avolio e quanto prima toccherà al Palazzo Montalto e alla Chiesa di S. Filippo Apostolo.
(Dalle nostre parti per architettura s'intende ancora solo ed esclusivamente l'involucro edilizio, il contenente, la forma.
Il contenuto, lo spazio architettonico, la funzione interna che dà significato e motivo di essere all'architettura, hanno poca importanza e vanno demoliti anziché essere restaurati e conservati. Tanto non si vedono! A conferma di tale mentalità, del complesso monastico di Santa Maria delle Monache rimangono un portale quattrocentesco sulla Via Labirinto e una cortina muraria ottocentesca su Via Roma: l'involucro è salvo; è più di quanto si osava sperare!).

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